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Ho incastrato le borse nei loro alloggiamenti. Il casco era appeso al manubrio: l’ho infilato, sono montato in sella, ho salutato Salvatore e sono partito. Quello del motore non era un rombo, era il ticchettio di un orologio. Quanto l’avevo rimpianto il rumore discreto di quel bicilindrico BMW! Nel giugno 2000 avevo sostituito la mia vecchia R45 con un’altra moto, sempre una BMW, ma una monocilindirca, una F650 GS. Era superaccessoriata, aveva l’ABS, il cupolino, le manopole riscaldate, le borse in alluminio; era bellissima da vedere e da guidare, ma il suo rumore era sgraziato, come una pernacchia lunga e profonda. Avrei potuto permettermi anche di meglio, in quel periodo avrei potuto concedermi qualsiasi moto, ma volevo qualcosa di tranquillo, non troppo potente, non troppo brusco nelle accelerazioni. Naturalmente, la F650 è stata una delle prime cose ad essere venduta. La R45 l’avevo tenuta, anche se aveva vent’anni; non volevo separarmi dalla mia prima moto, ma quando gli affari hanno cominciato ad andare veramente male ho provato a liberarmi anche di quella: non ho trovato neanche un compratore. Allora l’ho affidata a Salvatore. Era a lui che portavo le mie moto per le riparazioni. Salvatore è quel meccanico che tutti vorremmo conoscere, quello che ha il tocco magico e l’orecchio clinico, che riconosce il guasto da qualche impercettibile irregolarità nel battito del motore. Gliel’ho abbandonata lì per mesi, nella sua autorimessa e lui per mesi l’ha curata, l’ha tenuta in allenamento. Non credo che lo facesse per me, anche se eravamo amici; lo faceva per la moto, perché non sopportava di vedere un serbatoio arrugginirsi, non tollerava che un carburatore Bing si riempisse di sporcizia e che una macchina tedesca fatta per essere sempre pronta si imbolsisse nell’abbandono. È grazie alla sua visione della moto come persona se quella sera sono riuscito a scappare.
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