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Sono in un albergo. Il nome ce lo metta lei: Hotel des Voyageurs, Hotel de la Paix, Hotel du Commerce, Hotel de la Poste. Sicuramente non Holiday Inn, non Mercure, non Intercontinental, ma neppure Formule 1 o qualcun altro dei motel a basso costo delle periferie francesi. Un nome vecchiotto, come i mobili di questa stanza al quarto piano: un pagliericcio imbottito, da una piazza e mezza, un armadio con un’anta a specchio e l’altra che sta su per grazia di Dio e un comodino, con dentro il segno tondo lasciato negli anni dall’orinale. No, adesso il vaso da notte non c’è più. In un angolo, dietro un tramezzo di legno, hanno ricavato un bagno, con la tazza, la doccia e il linoleum per terra. Il lavabo l’hanno lasciato in camera: lavabo, riquadro di piastrelle bianche alla parete e bastone porta asciugamani. Sull’altro comodino, d’una plastica che imita malamente il rovere, c’è appoggiato il telefono, quello dal quale stacco il cavo per connettere in rete il computer.