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Martedì 7 dicembre 2004 |
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Il killer e il magistrato.
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«...basta niente, un lampo, una smorfia, una qualsiasi cosa che sembri una provocazione»: spesso sono le occasioni a fare un assassino. Così come accade nello Straniero di Camus, anche in Al mio giudice di Alessandro Perissinotto una fatalità trasforma Luca Barberis, l'io narrante esperto di informatica, nel determinato omicida che con la sua auto travolge l'uomo che lo ha umiliato. Ora, freddamente («una volta scritte le cose diventano asettiche») invia una serie di e-mail al giudice Giulia Ambrosini, incaricata del caso. È una lunga e drammatica confessione che muove dall' «orrore» di uccidere, ed è volta a ricostruire i fatti e a manifestare la volontà di lasciare un «ricordo esatto». Il bisogno di capire e di essere capito spinge l'uomo verso questo pericoloso gioco: sa, d'altronde, di non poter essere localizzato dal momento che ha trascorso parte della sua vita a violare gli sbarramenti informatici più specializzati. Hacker espertissimo, sospinto dall' «illusione di poter contare qualcosa», è vissuto a Milano, titolare di un elegante studio. Poi inatteso, fatale, il rovescio della sorte. La perdita dell'agiatezza, la povertà. Colpevole di aver ucciso il figlio di un potente, un «abitatore di un altro mondo», lui, di origine operaia, è dentro uno «spaesamento». Disegnando sullo schermo del computer (la «grata del confessionale» ) la sua storia, finisce per esprimere l'esigenza di credere in qualcosa: conscio che le risposte dell'interlocutrice fanno parte di una strategia, ugualmente parla, anche per superare il dubbio in cui versa, tra la sicurezza di non essere mai catturato e di poter tornare, come minaccia, a uccidere ancora, e la speranza di essere fermato per mettere a posto la propria coscienza. Circostanziato e corposo, pronto a smorzarsi quando le passioni si fanno troppo aguzze, il racconto mischia avventure e spietata analisi psicologica: non sfugge a certi effetti esclamativi, favoriti peraltro dalla continua tensione, e non si lascia sfuggire neppure alcune oasi di paesaggio (toccanti le descrizioni di Torino) e parentesi di intonazione intimistica. L'occhio scruta intorno, scopre figurine in movimento, solo ombre talora, ma incollate su una piattaforma di casi venati qua e là di rimpianto e malinconia. La composita schermaglia fra l'assassino e il magistrato favorisce il sorgere di una trama molto articolata, adatta a raccogliere ventate di spunti attraverso un continuo gioco di diramazioni, interrogativi, approfondimenti e rilanci. Non esiste il tempo lucido della pausa: quando un fatto sta per esaurirsi, eccolo articolarsi in nuovi intrecci, aprirsi a nuovi elementi, arricchirsi di altri dati.
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Qualche freno al fluido scorrere del plot può arrivare da certe argomentazioni troppo tecniche, dall'ingresso massiccio di nozioni specialistiche; ma il rallentamento è di breve durata. La tenebrosa promessa avanzata dall'io di uccidere di nuovo è un'abile manovra narrativa che squarcia le resistenze di impianto saggistico e posa sulle pagine una formidabile esca. Onde magnetiche si rincorrono nello scambio epistolare tra i due antagonisti i quali, pur su opposte rive, sembrano a un certo punto avere punti di contatto. Si apre uno scenario di maneggi, colpi bassi, intrighi, corruzione. Circola un'aria buia e tempestosa e, insieme, si scoprono inteneriti colori d'autunno, grigi interni di alberghi, un vecchio che è l' «immagine da libro illustrato d'altri tempi», case dall'intonaco scrostato di un tranquillo quartiere di una città francese. Tutto in presa diretta e tutto filtrato dal ricordo. Determinate azioni si fanno speculari pur nelle loro diverse sostanze, assumendo ora una cadenza in chiave visiva (ecco i lineamenti di un volto perdersi nelle «ondulazioni del vento»), ora una più profonda ricerca di risvolti e, soprattutto mediante l'apporto di similitudini («L'ansia è come una marea che cresce e ti affoga») o di citazioni di testi musicali, mentre Luca – così appare al giudice – prende gusto a «giocare con la vita della gente». In vero, ossessionato dal bisogno di trovare la verità, l'uomo entra come in un labirinto, pare infilarsi in un film, agire in uno stato di ipnosi. Intanto fa strani incontri. Il tempo oscilla tra presente e passato, storie di ieri si sovrappongono con rapidità a quelle di oggi piene di insidie. Esce dal buio la storia dell'amore del protagonista per la fidanzata dell'uomo ucciso e il mistero si ingarbuglia, fondendosi con l'aspra realtà di Luca fuggiasco nel Nord dell'Europa e con la «paura del silenzio». L'incontro con Marieke, un'ex attrice di spettacoli erotici, evoca tenerezze in uno sfondo nebbioso, tra spiagge desolate e ristoranti con le pareti che paiono «appoggiate» al mare. Fanno sogni a buon prezzo questi due infelici personaggi, ma nessuno di loro potrà realizzarli. Triste, la vita: c'è chi ci costringe a sogni tanto piccoli e chi «ci ha portato via la capacità di immaginare altri futuri». |