VINCITORE DEL
PREMIO GRINZANE CAVOUR 2005

Sfoglia l'album di Luca Barberis

Rassegna stampa:

Giovanni Tesio su TuttoLibri del 20/11/2004

Giuseppe Amoroso su La Gazzetta del Sud del 7/12/2004

Giorgio De Rienzo sul Corriere della sera del 14/12/2004

Sul Web:

Repubblica.it

Panorama.it

L'Eco di Bergamo del 15/12/2004

 L’impulso incontrollabile della vendetta, un omicidio che costringe alla fuga notturna, oltre confine. Un crimine non premeditato che trasforma un brillante esperto di sicurezza informatica in un assassino. Comincia così la confessione di Luca Barberis, nella prima di una lunga serie di e-mail indirizzate a un insolito interlocutore, Giulia Ambrosini, il giudice incaricato della sua cattura.
Attraverso queste lettere Luca rivela la sua storia, scandisce il ritmo dell’indagine e la arricchisce di inaspettate deviazioni, rimettendo al giudizio di Giulia l’invisibile rete di potere fondata sull’inafferrabilità dei sistemi bancari informatici e la spregiudicatezza della finanza on line. È da questo meccanismo che Luca si è lasciato stritolare, cadendo nella trappola di speculatori rapaci e senza scrupoli.
La promessa di un contratto da capogiro, l’iniziazione alla bella vita e ai suoi status symbol: esche fin troppo appetibili per un trentenne figlio della Torino operaia. Ma il mondo del potere è un territorio chiuso e Luca si ritrova a essere una pedina senza valore. Quando la trappola scatterà l’istinto della vendetta non potrà che avere la meglio, costringendolo a rinunciare agli affetti, alla speranza, perfino al proprio nome.
Dalle periferie francesi ai quartieri a luci rosse di Amsterdam, un percorso devastante che Luca racconta nelle sue lettere, mentre i retroscena del suo crimine rivelano una storia inaspettata, in cui il confine fra vittime e carnefici sfuma in un drammatico ribaltamento.
Dopo le incursioni nel passato dei suoi precedenti romanzi, con Al mio giudice Alessandro Perissinotto, vero e proprio autore rivelazione, ha scelto di guardare l’Italia di oggi in un libro che non è solo un giallo trascinante, ma anche un feroce attacco al lato oscuro della new economy, un monito attuale, duro e disincantato che mette in guardia dall’euforico miraggio della ricchezza a ogni costo.
Con la lucida amarezza del maestro Simenon, Perissinotto ha creato un congegno narrativo implacabile, che scova l’umanità nella voce di un assassino, lasciando affiorare le inquietanti ragioni del male.

 

 

 
 
 
 
 

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Vuole sapere come l'ho ucciso? - Il cyberloundering

 
     
  Vuole sapere come l'ho ucciso?

Da: angelo@nirvana.it                                     Inviato: giovedì 29 aprile          23.12

A: miogiudice@nirvana.it

Oggetto: Perché ho ucciso

Vuole sapere come l'ho ucciso? Vorrei saperlo anch'io. No, certo, non il freddo resoconto dei fatti di quella sera: chissà quante volte l'ha letto nei verbali degli interrogatori e nelle perizie della Scientifica. No, intendevo come ho fatto a prendere la decisione di ucciderlo; sì, perché a un certo punto ho deciso e l'ho fatto. Non credevo che ne sarei stato capace, a dire il vero non ci avevo mai pensato: l'omicidio non è un'idea come un'altra, un'eventualità che prendi in considerazione. Adesso so che lo posso fare, che magari lo rifarò. Ma quella sera no, quella sera non era previsto, come al solito sono le coincidenze, le occasioni a fare gli assassini. Ha presente Camus, "Lo straniero"? Quel luccichio del coltello sulla spiaggia: basta niente, un lampo, una smorfia, una qualsiasi cosa che sembri una provocazione. Ad esempio, io non volevo neanche andarci in quel locale, non mi piace come cucinano e non mi piace la gente che lo frequenta; e poi avevo avuto una storia con una che abitava lì vicino, sul Naviglio Grande, ed evitavo la zona se no mi veniva la malinconia. Ma Piero ha insistito, mi diceva «Dài, vieni, ci sono tutti gli amici, è il mio compleanno, offro io». E così sono andato a quella cena, come lo straniero è andato a quel pic-nic sulla spiaggia, che forse non ne aveva nemmeno voglia. O forse sarebbe bastato che i dolci fossero arrivati un po' prima, o che i secondi non avessero tardato tanto. Se fossimo usciti dieci minuti prima, lui oggi sarebbe ancora vivo e io non le scriverei questa e-mail. E invece lui è arrivato mentre stavamo aspettando il caffè. Era  con la fidanzata e con la sua compagnia; le solite facce di merda. Intendo la compagnia, perché la fidanzata, Stella, è una ragazza con l’aria da madonna e un sorriso dolce che sembra chiedere scusa delle sbruffonate di lui: mi sono sempre chiesto come facesse a stare con una pelle da galera come quello. Lui mi ha guardato, direi dall'alto al basso, ma è solo un modo di dire, che col suo metro e sessanta la cosa non gli riusciva. Mi ha guardato, dicevo, e poi ad alta voce mi ha fatto:
«Ma puoi ancora permetterteli locali come questi? Mi dicono che adesso dormi sui vagoni fermi in stazione Centrale».
 Eccola la lama luccicante. Poi se n'è andato al suo tavolo. I miei amici hanno subito cambiato discorso, ma ormai io ero ammutolito. Quasi subito lui si è alzato; dava l'impressione di aver dimenticato qualcosa nell'auto, perché ha puntato dritto verso l'uscita. L'ho seguito. Aveva dimenticato il telefonino. Lo ha preso sul sedile. Io ero un po’ distante e lui non poteva vedermi. Credevo che sarebbe rientrato subito e non sapevo bene perché lo avevo seguito. Invece si è fermato davanti al muro del ristorante, quello sotto l’insegna che è ben illuminato, ha composto un numero e ha iniziato a parlare. Ogni tanto rideva, sguaitamente, o così a me pareva.
È stato in quel momento che ho deciso. Ho sentito la rabbia come un brivido che mi scuoteva le spalle. Sono salito in macchina, sulla mia Renault 4 bianca. I giornali scrivono che l’avete trovata. La mia R4 è uguale a quella che avevo da ragazzo, appena presa la patente, ma non è per nostalgia che l’ho comprata; è che era l’unica auto che oramai potevo permettermi. Me l’ha venduta una mia amica per trecento euro; non abbiamo neanche fatto la voltura, così è finita nelle grane anche lei, ma, glielo garantisco, Luciana non c’entra niente. Una volta in macchina ho messo in moto e ho pensato ancora un istante a quello che stavo per fare. Un istante, un istante solo. Pensare un attimo al fatto che stai per uccidere un uomo è già premeditazione? Credo di no.
Lui era fermo contro il muro, sotto la luce, un bersaglio perfetto. Sono partito.

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  Cyberloundering

Si chiama cyberloundering. Avevi mai sentito questo nome? Tu probabilmente sì, per me, invece, era nuovo. Me lo ha spiegato il collega, che è un esperto di reati finanziari.
Cyberloundering
, letteralmente “lavanderia telematica”, o qualcosa del genere. Ma in quella lavanderia non si lavano panni, si lava denaro. Noi, in Italia, lo chiamiamo riciclaggio, ma è la stessa cosa. Solo che il cyberloundering usa Internet per ripulire i soldi sporchi. A dire il vero è qualcosa di più di un semplice riciclaggio. Riciclare significa investire soldi di provenienza illecita in attività lecite, in modo che il criminale possa godere di quei soldi senza apparire legato a un’attività criminosa. Oppure si possono trasferire quegli stessi soldi in Paesi dove il governo se ne frega della provenienza del denaro: i cosiddetti paradisi fiscali. O, meglio ancora, si possono fare entrambe le cose: trasferire all’estero e investire.
Una volta, non tanto tempo fa, se volevi portare dei soldi in Svizzera, reclutavi uno “spallone” e lui, in cambio di una modesta percentuale, si riempiva lo zaino di biglietti di banca e te li portava di là attraverso sentieri che conosceva solo lui. A pensarci oggi, fa quasi tenerezza. Quella lotta epica tra doganieri col binocolo e contrabbandieri che corrono su per le montagne è cosa da commedia oramai. Gli “spalloni” appartengono a un’epoca in cui la costituzione di capitali all’estero era una faccenda artigianale, quasi artistica: un lavoro fatto a mano e riservato a pochi. Adesso è diventata un prodotto industriale su vasta scala, un processo codificato, con una divisione di tipo taylorista; tra un po’ sarà persino certificata ISO­‑novemilaqualchecosa. Dopo l’automobile per tutti, dopo la lavatrice in ogni casa, eccola la nuova frontiera: diamo a chiunque abbia dei soldi da nascondere al fisco la possibilità di portarli in qualche posto al caldo. Basta con la Svizzera, roba superata! Adesso vanno di moda Antigua, Grenada, St. Kitts e Nevis, Vanuatu e, perché no, Trinidad e Tobago. Perché solo i ricchi possono evadere le tasse? Loro possono continuare con le grandi somme, con i miliardi di euro. Ma vogliamo dare qualche strumento anche al piccolo industriale? Vogliamo fare in modo che anche i commercianti all’ingrosso, che anche gli impresari edili che fanno lavorare i rumeni in nero, che anche i ginecologi, gli avvocati, i dentisti, i salumieri abbiano modo di trasferire in qualche paradiso fiscale i loro guadagni faticosamente sottratti alla voracità del fisco? Sì, perché quando le tasse sono troppo alte, si è moralmente autorizzati ad evaderle, e questa cosa non l’ha mica detta il fruttivendolo al mercato!

 

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