In un giorno d’agosto del 1533, sui monti che sovrastano l’abitato di Chiomonte  viene trovata morta un’intera famiglia di pastori.  Ippolito Berthe, rappresentate della giustizia in nome del signore locale, il Prevosto di Oulx; Ippolito cerca di attribuire i decessi a cause naturali, ma ben presto gli abitanti del borgo indicano in Colombano Romean il responsabile di quelle morti. Colombano è uno scalpellino che da solo, da otto anni, sta scavando una galleria (che esiste ancora oggi)  per realizzare un acquedotto sotterraneo su mandato della comunità e la sua opera è ritenuta di vitale importanza dal Prevosto. Quest’ultimo incarica dunque il proprio giudice, Ippolito, di istruire l’inevitabile processo contro Colombano, ma anche di assolverlo a tutti i costi. Nell’incrociarsi di accuse e difese durante il processo, emergono usi, leggi, regolamenti e tensioni della piccola comunità: in questo lungo dibattimento, Ippolito riesce a scagionare Colombano dall’accusa di omicidio, ma non può impedire che venga formulata una nuova accusa: stregoneria. Ma, in attesa dell’arrivo dell’inquisitore, Ippolito continua la sua indagine e...

 
 
 
 
 

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I quattro morti - Margherita - La sera del processo 

 
     
  I quattro morti

Muli: razza maledetta e traditrice.

Ancora una volta aveva dovuto smontare dalla sua cavalcatura, là dove la mulattiera si faceva sentiero e il sentiero si faceva scala di pietre. Imprecava contro la bastarda, ma era soprattutto per dimenticare la paura e i pensieri più foschi.

Era peste? Sarebbe stata peste?

Per la prima volta la fiducia che i villani riponevano in lui gli diede un senso di fastidio che lo prese poco sotto lo stomaco.

I margari che avevano trovato i quattro morti si erano rivolti a lui come a chi ha il potere di salvare il paese dalla rovina; come se lui e solo lui avesse potuto fermare il maleficio o il contagio.

La fiducia dei montanari se l'era guadagnata appena assunto il suo ufficio di giudice lì a Chiomonte. Non diversamente dagli altri, era giunto a cavallo, con le vesti rosse e nere e con le insegne della Prevostura di Oulx, ma i valligiani avevano capito subito che era uno di loro. La notizia del nuovo arrivo correva più veloce del suo cavallo, in quel giorno di novembre. Il vento eterno che spazza la valle addensava le nuvole a metà della montagna, come se avesse voluto riempire quel solco di tutti i vapori dell'universo. La strada del paese era deserta, gli usci chiusi; dai viottoli, al suo passaggio, rumore di zoccoli di legno che si affrettavano sull'acciottolato. Anche allora aveva provato inquietudine; non la stessa inquietudine di oggi, ma di eguale intensità. E poi quell'immagine che dopo tre anni rivedeva distinta e viva: la comunità intera sul sagrato, centinaia di occhi scuri lo fissavano, infossati nei volti smagriti. L'aria violenta e gelida illividiva le labbra serrate e sotto le vesti di bigello, sotto le pelli di pecora gettate sulle spalle, si intuiva il tremore di corpi costretti ad un'inconsueta immobilità. Ma nessuno si mosse fino a che egli non fu a terra ed ebbero potuto osservargli le mani e gli zigomi: callosità e rossore rivelarono le sue origini e quegli uomini, ad uno ad uno, in silenzio, se ne andarono rassicurati. Il giudice poteva venire da dove voleva, da Oulx o da Briançon, dal Queyras o persino dalla città del Delfino di cui solo alcuni avevano sentito parlare, ma era un uomo di montagna, e questo bastava.

Ma davvero lui, uomo di carne, poteva qualcosa contro la morte nera?

Con sé aveva la boccetta dell'aceto e le foglie odorose di menta che, come gli avevano insegnato i professori di Grenoble, certissimamente preservavano dal morbo. Conosceva poi formule e segni per sconfiggere i malvagi incantamenti. Eppure nulla lo rendeva più sicuro in quell'ascesa verso le grange della Thullie. Sapeva che vi avrebbe trovato i corpi di tre donne e di un uomo, di un'intera famiglia che forse avrebbe potuto definire amica.

Come sarebbe stato il cadavere di Isoardo? Gli alpigiani non si erano soffermati nelle descrizioni; alle sue richieste di particolari, uno di loro era corso fuori a vomitare: chissà quante volte lo aveva già fatto da quando, qualche ora prima, avevano scoperto i corpi.

E il corpo di Floretta? Lei, con i suoi quindici anni e quella pelle bianca, non ancora sciupata dal sole e dal gelo.

Dall'inizio del mattino un pensiero si annidava indefinito nella mente del giudice Ippolito, un qualcosa che non riusciva a prendere forma, ma che si faceva sentire come un gusto amaro in fondo alla bocca. Fu solo quando i suoi occhi si posarono su un rivolo d'acqua che scendeva misero tra le rocce, che l'idea si fece nitida: cosa era stato di Colombano? Nessuno aveva accennato a lui. Era morto con gli altri? Oppure, anch'egli contagiato, si era trascinato lontano a diffondere la malattia per il contado? Ammesso che di malattia si trattasse.

Durante i mesi estivi, Colombano Romean era solito vivere all'alpeggio con la famiglia di Isoardo e questo da quando, otto anni prima, aveva cominciato quell'opera ardita e dissennata nella quale nessuno aveva voluto seguirlo.

«La montagna non si buca, Romean!»

«È di pietra, non di formaggio...»

Eppure quella roccia andava bucata, quel canale andava scavato; a chiederlo erano i pascoli che dai Quattro Denti scendevano verso sud. Aridi, secchi, gialli già alla fine di giugno.

E allora si era elaborato il piano più semplice e più irrealizzabile: attraversare la montagna con un acquedotto sotterraneo per prelevare l'acqua dal piano della Thullie e riversarla sulla costa a mezzogiorno, sui terreni del prevosto di Oulx che molti degli abitanti di Chiomonte, della Ramats e di Cels coltivavano pagando le decime.

Il piano accese a lungo le assemblee della Comunità. Se ne discusse; coloro che avevano in uso le terre volte a sud si disputarono con quelli dell'Inverso, che avevano acqua e fienagioni in quantità. Vent'anni di tentennamenti, di lavori rimandati ad abbondanze future, poi Colombano che torna di Provenza nella sua Chiomonte e lancia la sua sfida.

Cosa ne era dunque di Colombano?

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  Margherita

Il tragitto di ritorno volò via in un turbine di pensieri e di recriminazioni; quasi senza accorgersene, Ippolito si trovò, ben prima del tramonto, in Chiomonte e decise di ricoverare lì le sue amarezze nella casa di Margherita.

Il cavallo legato fuori, nascosto alla vista di chi passava in strada, il volto sciacquato alla fontana, il giudice entrò senza bussare.

Margherita era in piedi, accanto al tavolo su cui era seduto il figlio, lo stava spidocchiando.

«Ha quasi otto anni e ancora non sa togliersele da solo queste bestiacce.»

«Sei sempre lì che ti lamenti, Margherita, non sai fare altro?»

«E cosa può fare una povera vedova, se non lamentarsi, spaccarsi la schiena, le reni e lamentarsi. Una vedova con un figlio che non ha mai visto suo padre. Se quei soldati non m'avessero ucciso il marito non mi lamenterei mica.. L'hanno infilzato solo perché difendeva il suo.»

«Aveva cercato di proteggere te?»

«No, difendeva il maiale. Volevano portarcelo via, capisci? Il maiale che avevamo ingrassato da due anni.»

«Erano soldati, ne avevano il diritto, e poi la comunità di Oulx è sempre stata lautamente ricompensata per l'ospitazione delle truppe; la fiera di Oulx, una fiera franca di sei giorni, è stata una concessione del re Carlo, e il re Francesco l'ha riconfermata.»

«Io non ci sono mai andata a quella fiera lì. La fiera serve per chi ha qualcosa da vendere e soldi per comprare. A me bastava averci mio marito, ma me l'hanno ammazzato; tutti me l'hanno ammazzato: soldati, re, nobili...»

Ippolito si irrigidì, come per ribadire che egli era pur sempre un giudice e che certi discorsi non potevano essere tollerati, ma lei, seduta sul tavolo accanto al figlio, aveva già sciolto i lacci della camicia e aveva aperto le vesti sul seno.

Malgrado si avviasse già verso i venticinque anni, Margherita aveva conservato una bellezza appetitosa di cui forse nessuno, all'infuori di Ippolito e del defunto marito, aveva goduto. La vedovanza e gli stenti non le avevano tolto la dignità, ma, quando il giovane giudice le aveva mostrato il suo favore, non si era ritratta.

Margherita pose davanti a Tommaso una scodella di latte, poi si avvicinò a Ippolito voltandogli la schiena e a lui spettò, come d'abitudine, il compito di allargarle l'apertura della camicia fin oltre le spalle per poi farla scivolare sul suo corpo fino a denudarla completamente.

Se gli avessero chiesto un motivo, uno solo, per amare l'estate, egli avrebbe parlato di quei fianchi nudi e di quelle natiche bianche e lisce.

Anche Ippolito si spogliò e si sdraiò sul pagliericcio.

Durante i primi incontri con Margherita, egli aveva provato un po’ di soggezione per gli occhi grandi di Tommaso, che, pur senza scrutare, si posavano di tanto in tanto, forse con indifferenza sui due corpi uniti. Ippolito era andato indietro con la memoria, cercando l’immagine dei suoi genitori nudi e abbracciati, ma non l’aveva trovata. Ricordava i versi sordi dei loro accoppiamenti nella stalla dove, per forza di necessità, si svolgeva la vita serale di tutta la famiglia; ricordava sua madre distesa e suo padre sopra di lei, le brache slacciate, ma non un lembo di pelle esposto all’aria. Chissà se era per pudore? Più probabilmente era solo per il freddo, per un’antica abitudine a non scoprirsi mai, neppure con il caldo. E poi, nel breve periodo estivo, c’erano le messi, i grandi lavori nei prati; la sera, i suoi si gettavano esausti sullo strame, incapaci di qualsiasi gesto.

Dopo qualche tempo però aveva fatto l’abitudine anche al bambino e delle impressioni confuse di prima non gli rimaneva che un senso di annoiata tristezza all’idea che suo padre non aveva mai conosciuto il piacere intenso di accarezzare l'intimità della sua donna e di farsi sfiorare il petto dai seni di lei.

Anche quel giorno, mentre giaceva supino e Margherita era su di lui a cavalcioni con la sua sfrontata e seducente nudità, Ippolito ebbe un pensiero di commiserazione per suo padre e per tutti i contadini come lui: anche le vere e profonde gioie dell’accoppiamento erano gioie da ricchi, da gente che poteva permettersi il lusso dell’alcova in un pomeriggio d’estate senza dover scontare le gravezze d’una giornata nei campi. Il giudice assaporava ogni attimo di quei lunghi amplessi, e dopo si concedeva il piacere, assai raro nelle povere stamberghe di montagna, di oziare immobile accanto al corpo di lei.

Fu proprio durante quel riposo che prolungava indefinitamente il godimento dell'amore, che Ippolito cominciò ad avvertire il rumore.

Da prima appena qualche voce squillante, come da una festa lontana.

Poi un tramestio più forte, come di mercato.

Infine urla, passi di corsa, imprecazioni, bestemmie, richieste di aiuto, come di gente in fuga dopo un incendio o una valanga.

Il giudice si alzò di scatto e si rivestì, riprendendo in un attimo coscienza della propria autorità e del proprio dovere.

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La sera del processo

«Bernardo Forneris - riprese il giudice - mentitore, spergiuro, bestemmiatore, sii messo domani alla berlina, dal sorgere al calar del sole e sia tu obbligato a pagare la somma di...»

Le ultime parole furono soperchiate da urla, fischi, risa, da batter di mani e dallo strusciar di piedi della folla sciamante.

Trascorsa la soglia dell'aula improvvisata, la gente era abbagliata dalla luce ancora forte del pomeriggio. Che fare? Tornare alle proprie case; le bestie aspettano, le mogli aspettano. E l'impiccagione? E la berlina? Fortunati quelli di Chiomonte! Qualcuno di loro lo si conosce, un po' di paglia nella stalla e si può star qui fino a domani. C'è la locanda; la locanda costa; con tutti i soldi guadagnati con le tome però...

Il sole scendeva dietro il passo di Clopaca, quando a Chiomonte si capì che quella sera sarebbe stata memorabile. La gogna e la forca avevano attratto i villani e i mercanti più di quanto l’avesse fatto il richiamo delle case e dei lavori. Ogni stalla, ogni fienile, ogni anfratto, abitabile o meno, divenne ospizio, talvolta offerto in amicizia, talvolta a saldo di debiti antichi, talvolta a pigione. E quando tutti i ricoveri furono colmi di cristiani si cominciò a gettare paglia lungo il muro della chiesa, quello di levante, al riparo del vento di Francia, sperando che la serena non venisse troppo fredda. E poi, contro il freddo c’era sempre il vino; alla locanda, Jouvencel dei Jouvenceaux ne stava offrendo a tutti. Jouvencel, proprio lui che non beveva neppure il vino delle sue vigne per poterne vendere ogni goccia ai signori di Bardonecchia; Jouvencel dei Jouvenceaux, che vestiva di misero bigello, lui e tutta la famiglia, e che aveva negli ovili tanti montoni da ricoprire, al pascolo, l’intera pendice del monte di Sauze con i suoi prati assolati; il più ricco tra coloro che in valle non avevano feudo, il più avaro tra gli uomini d’ogni condizione. Quale eccitazione, quale febbre gli aveva attraversato le membra per menarlo a quella liberalità dissennata? Forse l’eccitazione medesima che s’era impadronita del paese in un’orgia di tragica allegria.

Giochi di dadi sui tavoli dell’oste. Vinto! Baro!

La morra e i suoi gridi: tre, sette, nove, mia!

E per le strade gli strumenti prestavano il loro vibrare ai canti.

 

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