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Margherita
Il tragitto di ritorno volò via in un
turbine di pensieri e di recriminazioni; quasi senza accorgersene, Ippolito
si trovò, ben prima del tramonto, in Chiomonte e decise di ricoverare lì le
sue amarezze nella casa di Margherita.
Il cavallo legato fuori, nascosto alla vista
di chi passava in strada, il volto sciacquato alla fontana, il giudice entrò
senza bussare.
Margherita era in piedi, accanto al tavolo
su cui era seduto il figlio, lo stava spidocchiando.
«Ha quasi otto anni e ancora non sa
togliersele da solo queste bestiacce.»
«Sei sempre lì che ti lamenti, Margherita,
non sai fare altro?»
«E cosa può fare una povera vedova, se non
lamentarsi, spaccarsi la schiena, le reni e lamentarsi. Una vedova con un
figlio che non ha mai visto suo padre. Se quei soldati non m'avessero ucciso
il marito non mi lamenterei mica.. L'hanno infilzato solo perché difendeva
il suo.»
«Aveva cercato di proteggere te?»
«No, difendeva il maiale. Volevano
portarcelo via, capisci? Il maiale che avevamo ingrassato da due anni.»
«Erano soldati, ne avevano il diritto, e poi
la comunità di Oulx è sempre stata lautamente ricompensata per l'ospitazione
delle truppe; la fiera di Oulx, una fiera franca di sei giorni, è stata una
concessione del re Carlo, e il re Francesco l'ha riconfermata.»
«Io non ci sono mai andata a quella fiera
lì. La fiera serve per chi ha qualcosa da vendere e soldi per comprare. A me
bastava averci mio marito, ma me l'hanno ammazzato; tutti me l'hanno
ammazzato: soldati, re, nobili...»
Ippolito si irrigidì, come per ribadire che
egli era pur sempre un giudice e che certi discorsi non potevano essere
tollerati, ma lei, seduta sul tavolo accanto al figlio, aveva già sciolto i
lacci della camicia e aveva aperto le vesti sul seno.
Malgrado si avviasse già verso i venticinque
anni, Margherita aveva conservato una bellezza appetitosa di cui forse
nessuno, all'infuori di Ippolito e del defunto marito, aveva goduto. La
vedovanza e gli stenti non le avevano tolto la dignità, ma, quando il
giovane giudice le aveva mostrato il suo favore, non si era ritratta.
Margherita pose davanti a Tommaso una
scodella di latte, poi si avvicinò a Ippolito voltandogli la schiena e a lui
spettò, come d'abitudine, il compito di allargarle l'apertura della camicia
fin oltre le spalle per poi farla scivolare sul suo corpo fino a denudarla
completamente.
Se gli avessero chiesto un motivo, uno solo,
per amare l'estate, egli avrebbe parlato di quei fianchi nudi e di quelle
natiche bianche e lisce.
Anche Ippolito si spogliò e si sdraiò sul
pagliericcio.
Durante i primi
incontri con Margherita, egli aveva provato un po’ di soggezione per gli
occhi grandi di Tommaso, che, pur senza scrutare, si posavano di tanto in
tanto, forse con indifferenza sui due corpi uniti. Ippolito era andato
indietro con la memoria, cercando l’immagine dei suoi genitori nudi e
abbracciati, ma non l’aveva trovata. Ricordava i versi sordi dei loro
accoppiamenti nella stalla dove, per forza di necessità, si svolgeva la vita
serale di tutta la famiglia; ricordava sua madre distesa e suo padre sopra
di lei, le brache slacciate, ma non un lembo di pelle esposto all’aria.
Chissà se era per pudore? Più probabilmente era solo per il freddo, per
un’antica abitudine a non scoprirsi mai, neppure con il caldo. E poi, nel
breve periodo estivo, c’erano le messi, i grandi lavori nei prati; la sera,
i suoi si gettavano esausti sullo strame, incapaci di qualsiasi gesto.
Dopo qualche tempo però
aveva fatto l’abitudine anche al bambino e delle impressioni confuse di
prima non gli rimaneva che un senso di annoiata tristezza all’idea che suo
padre non aveva mai conosciuto il piacere intenso di accarezzare l'intimità
della sua donna e di farsi sfiorare il petto dai seni di lei.
Anche quel giorno,
mentre giaceva supino e Margherita era su di lui a cavalcioni con la sua
sfrontata e seducente nudità, Ippolito ebbe un pensiero di commiserazione
per suo padre e per tutti i contadini come lui: anche le vere e profonde
gioie dell’accoppiamento erano gioie da ricchi, da gente che poteva
permettersi il lusso dell’alcova in un pomeriggio d’estate senza dover
scontare le gravezze d’una giornata nei campi. Il giudice assaporava ogni
attimo di quei lunghi amplessi, e dopo si concedeva il piacere, assai raro
nelle povere stamberghe di montagna, di oziare immobile accanto al corpo di
lei.
Fu proprio durante quel riposo
che prolungava indefinitamente il godimento dell'amore, che Ippolito
cominciò ad avvertire il rumore.
Da prima appena qualche voce squillante,
come da una festa lontana.
Poi un tramestio più forte, come di mercato.
Infine urla, passi di corsa, imprecazioni,
bestemmie, richieste di aiuto, come di gente in fuga dopo un incendio o una
valanga.
Il giudice si alzò di
scatto e si rivestì, riprendendo in un attimo coscienza della propria
autorità e del proprio dovere.
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