L’anno che uccisero Rosetta è il 1944 e il luogo è un piccolo paese di montagna dove finisce la strada e inizia il sentiero che porta in Francia. Da quell’assassinio sono passati più di vent’anni e adesso un commissario è chiamato a trovare una risposta a ben due domande: chi uccise Rosetta? e chi, proprio ora, in gran segreto, vuole che si faccia luce sulla vicenda? Per farlo non ha a disposizione i mezzi della polizia scientifica, non può interrogare sospetti, non può predisporre trappole; può solo ascoltare il fiume di chiacchiere, di pettegolezzi e di storie misteriose che gli riversa addosso un vecchio montanaro.

Nel paese bloccato dalla neve, la soluzione sembra nascosta dietro ogni pietra, ma il commissario dovrà scavare in profondità, molto in profondità...

 

 
 
 
 
 

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Incipit - Il pretino dei Colombo - Il Conte RossoL'Armida 

 
     
  Incipit (parole del sindaco)

Continua a tirar vento, di qua e di là dal colle e i cani se ne accorgono e abbaiano. Tutti i cani qui patiscono il vento, tutti tranne quelli del Pantera. Il Pantera ha due cani e quando lui è lì a bere al bar Moderno, loro lo aspettano fuori. Davanti alla porta del Moderno ci sono tre scalini e i cani del Pantera, uno per parte, sembrano proprio due leoni di pietra; stanno lì per ore. 'l Pantera si chiama Pancrazio ma nessuno lo chiama più per nome. Gli ubriachi in questo paese non hanno un vero nome. Alpininrussia per esempio, basta chiamarlo: «Alpininrussia vieni qui» e lui viene. Il Pantera invece non risponde neanche più.

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  La storia del pretino dei Colombo (parole del sindaco)

Che vacca la Nina, è la più bella bestia del circondario. È la seconda volta che vince la battaglia delle regine. Tira certe cornate alle altre vacche! Dovrebbe vederla, anzi, se domenica è ancora qui ce lo porto io a vedere la battaglia; la fanno per la festa della cappella del fiume, quella che c'è giù all'inverso sulla rocca vicino al ponte. Il prevosto ci dice messa solo il giorno del santo, il 28 novembre. Gli altri giorni, anzi le altre notti, la messa la dice il Pretino: Giò Batta dei Colombo. Dice messa ogni notte e tutta la sua famiglia si comunica e poi tornano tutti a casa in processione. Sono morti tutti insieme, Giò Batta e la sua famiglia, intendo. Nel 1685, l'anno dell'alluvione. Se lei guarda là, vicino al tampone delle trote che le ho indicato prima, vede una fila di betulle, dopo le betulle c'è un prato e in mezzo al prato delle grange senza il tetto: quella è la Ca' dei Colombo. Quando venne la piena erano tutti in casa a dormire, tutti tranne il più giovane, Didero. La mattina dopo non si vedeva più né il prato né la casa. Era tutto allagato e quelli dentro erano morti tutti, padre, madre i dodici fratelli, le mogli e anche Giò Batta che studiava da prete e che era tornato a casa solo per due giorni. Si salvò solo Didero che, non si sa perché, aveva passato la notte sulla rocca del ponte. Fu lui a costruire la cappella del fiume, proprio lì sopra, per voto. Da quando il priore consacrò la chiesa, ogni sera ventun fuochi partono da Ca' dei Colombo, vanno alla cappella, prendono messa e tornano su per il sentiero dell'inverso. Ma non è che tutti li possano vedere. Se li vedi vuol dire che hai l'anima pura e che è ora che tu lasci questo mondo, un po' come quando si sentono i cani piangere o si vedono le stelle filanti. L'ultima che li vide fu Idina: due giorni dopo la portavano al cimitero e ci vollero dieci persone per calarla nella fossa. Le è piaciuta la storia? È una delle quintes che si facevano nelle stalle. Una volta la gente ci credeva, anche perché la faccenda dei Colombo è successa davvero.

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Il Conte Rosso (pensieri del commissario)

Chissà se è vero che il Conte Rosso ha dormito qui? L'ipotesi non è affatto assurda. Siamo nella primavera del 1387. Forti dell'appoggio del marchese di Monferrato, i conti di Masino, di Valperga e altri piccoli feudatari entrano in lotta con le casate fedeli ai Savoia. Non hanno molti mezzi, né economici, né militari, ma sanno sfruttare le occasioni propizie. E queste vengono dalla Francia. Da cinque anni c'è un incendio che si sposta da nord a sud. Prima Rouen, nel 1382, poi Parigi cadono nelle mani dei ribelli, dei Maillottins. Nel Midi l'insurrezione arriva più tardi, ma la sua forza è ancora maggiore: in Provenza i Tuchins saccheggiano e danno alle fiamme castelli e palazzi. A partire dal 1386 bande di Tuchini cominciano a scorrazzare per il Canavese. Si diffondono voci sempre più fosche: Margherita di Montalenghe è stata torturata e uccisa, stuprata una signora della casata di Castellamonte. Ormai i conti di Masino danno apertamente ospitalità ai banditi, la loro ribellione è definitiva. Siamo ai primi di giugno dell'87, Amedeo VII di Savoia, il Conte Rosso, passa al contrattacco. Occupa Corio e Balangero che erano cadute nelle mani del Monferrato e attende di poter sferrare l'attacco finale verso Masino e Ivrea. Ha con sé una compagnia di mercenari bretoni e alcuni soldati inviatigli dal re di Francia e dal duca di Borgogna, ma non si sente sicuro nel basso Canavese. I Tuchini non hanno del tutto terminato le loro scorribande, meglio spostarsi in una zona più calma, risalire la valle. Da Balangero a qui non ci sono più di quaranta chilometri, ma la situazione è decisamente differente. La valle è stretta e facile da controllare e per di più sottoposta ad un castellano francese, così come avevano voluto i valligiani per sbarazzarsi dei nobili piemontesi che interferivano con i loro traffici. In paese non c'è che qualche casa, e una sola può ospitare il conte. È un grande edificio in pietra, come tutti gli altri, ma in alto ci sono delle bifore e delle terrecotte decorate: lo chiamano il castello. I bretoni sono accampati nei prati, alcuni di loro sono di guardia su una piccola torre che non resisterebbe al più improvvisato degli assalti, ma che consente una buona vista sulla valle: è così mal ridotta che normalmente ci stanno solo gli uccelli, per questo tutti la chiamano la torre dei colombi. I mercenari bevono grappa di ginepro e infuso alcolico di serpillo, ma sognano di essere a casa loro, in Bretagna, a ubriacarsi di sidro e di idromele. Amedeo, forse sogna sua moglie Bona di Berry che da poco gli ha dato un figlio e che per l'occasione ha smesso le vesti brune e si è vestita di rosso in onore del marito. Forse tutti immaginano le nuove battaglie che li aspettano: qualcuno non tornerà dai suoi per fare vittorioso il Conte Rosso in tutto il Canavese, un conte che andrà a morire a trentun'anni, in casa propria per un'infezione dovuta a una ferita di caccia o forse per i veleni di un medicamento contro la calvizie.

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  L'Armida (pensieri del commissario)

Ballo. Ballo? Sto ballando o ne ho solo il ricordo? Perché sto ballando? Colpa del vino, sicuramente. In che senso sto ballando? Non in quello che intendeva il sindaco. Almeno per il momento. Non so neanche come faccio a ballare la curenta. È senz'altro l'Armida che mi porta, anche perché, ubriaco come sono, forse non riuscirei a fare un passo da me. Armiduccia vaguccia belluccia cantami ancora, cantami orsù, sulla lira la cuccuruccù. Mi ha puntato davvero, mi ha preso per mano e adesso la sto stringendo, o forse è lei che stringe me. Da tanto tempo non abbracciavo una ragazza così giovane: ventidue anni, la metà dei miei. Si è profumata il corpo e i capelli: lavanda. E malgrado tutto puzza di campagna, di stallatico. Come vorrei che non si fosse profumata, che si sentisse a pieno quell'odore pungente che ti invade quando entri nelle grange degli alpigiani per comprare il latte appena munto. Ho voglia di mangiarla, di leccarla, come la panna che galleggia sul latte. Una volta, da piccolo, il contadino da cui andavamo a prendere il latte si allontanò per un attimo e mi lasciò da solo con il secchio pieno, appena munto. Sapevo che non si doveva fare, ma questo non valse a tenermi lontano e così mi precipitai per leccare la panna, ma il bordo del secchio di ferro aveva una leggera sbavatura e mi tagliai un dito. Alcune gocce di sangue caddero nel secchio e vedendo l'effetto di quelle chiazze rosse che galleggiavano sulla massa bianca, pensai che non era male e che avrei sposato una ragazza rossa come il sangue e bianca come la panna, avessi dovuto cercarla in capo al mondo. Non è vero, non mi è mai capitato nulla di simile, lo so benissimo, è una fiaba che ho letto, una delle tante, ma ubriaco come sono potrebbe essere una fiaba anche il fatto che io sia commissario di polizia. Credo di non aver mai capito bene il senso di quel raccontino fino a che non ho visto Armida. Il suo bianco non è solo un colore, è una consistenza fisica: il suo seno è desiderabile come una ricotta dolce; lei me lo schiaccia contro il petto e me lo mostra attraverso la scollatura generosa. E il suo rosso? Il suo rosso sulle guance si accende man mano che balliamo. Si accalda e suda e col sudore l'afrore aumenta e con lui (con lui?), con esso (esso?), con quel suo odore, insomma, aumenta il mio desiderio di rotolarmi con lei lungo un prato, sulle foglie secche, su un pagliericcio lurido e consunto, ovunque.

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