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Torino, giugno 1946. Nel giro di tre giorni
vengono uccisi due ferrovieri, la polizia archivia il caso, ma Adelmo
Baudino, ex-agente della polizia ingiustamente epurato, comincia a scorgere
un nesso tra le due uccisioni. L'indagine su quei morti è per lui l'ultima
occasione di riabilitarsi e decide di condurla fino in fondo. Si troverà a
seguire una scia di delitti che da Torino porta a Napoli e poi a Balvano, un
piccolo paese vicino a Potenza dove, nel marzo del 1944, le cinquecento
persone che viaggiavano a bordo del treno 8017 morirono asfissiate in una
galleria. Da quel momento la storia dei delitti si incrocia con quella
dell'incidente ferroviario e si allaccia con la Storia, quella dei fatti
realmente accaduti (come appunto la strage dell'8017) e quella di un'Italia
dove "fascisti e vecchi cialtroni" continuano a dominare.
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Il primo delitto
Finì la minestra bevendo direttamente dalla
pietanziera in latta ciò che restava di un brodo fatto di tanta acqua e di
una puntina miserabile di estratto di carne Liebig, poi aprì nuovamente la
cronaca cittadina.
Ieri
mattina all’alba, Isolina Moretti, portinaia dello stabile sito a Torino in
via Carlo Noé 4, effettuando la pulizia del corridoio delle soffitte,
rinveniva, riverso in una pozza di sangue, il corpo senza vita di Monticone
Giovanni fu Giacomo, di anni 46, locatario di una di dette soffitte. Ad una
verifica da parte degli incaricati di P.S., prontamente avvertiti dalla
Moretti, l’uomo risulta esser stato ucciso da due colpi di pugnale al
ventre.
Monticone Giovanni,
chissà se era proprio quel Monticone Giovanni col quale aveva condiviso,
appena ventenne, i primi pasti alla mensa dei ferrovieri a Porta Nuova. Il
giornale non diceva niente di più e la sera decise di verificare se fosse
davvero quel Monticone; prese di nuovo la bicicletta e si avviò verso Porta
Palazzo.
La giornata di lavoro sembrava aver piegato
tutti, non solo lui, non solo tutti quelli che come lui si erano spaccati la
schiena sotto il sole, ma l’intera città sembrava voler tirare il fiato e
riposarsi nel silenzio. Sul corso Peschiera, a parte un paio di carri
davanti alla chiesa della Crocetta, l’unico movimento era quello del tram,
della Circolare, quello che la gente chiamava “’l tramvai dle leje” perché
descriveva un anello passando su quasi tutti i viali alberati di Torino.
Solo in piazza Solferino, vide qualche Topolino, qualche Balilla e persino
un’Aprilia. Prese infine via delle Orfane, svoltò in via Giulio e, sbucando
sulla grande piazza all’altezza delle Tre Galline, vide la distesa dei
carretti, dei banchi e dei teloni che il giorno dopo come ogni giorno
sarebbero diventati il famoso mercato di Porta Palazzo o, come dicevano
tutti, Porta Pila. Se volevi cercare qualsiasi cosa era lì che dovevi
andare: divise americane, pesci freschi espressi da Camogli, scarponi,
galline vive e morte, vestiti nuovi, quasi nuovi e usati, nastri e bottoni,
tome di Lanzo appena portate giù dall’alpeggio e seirass puzzolente come
pochi altri formaggi sapevano esserlo. E quello che non era in vendita sui
banchi era in offerta sotto le giacche di tante facce da galera che
camminavano discrete tra la folla: cartine, tabacco, sigarette. C’era gente
che per venderti un paltò avrebbe giurato che Gesù Cristo era morto di
freddo. E poi i negozi di carta e corda; e le biciclette appena riverniciate
color canarino o color fumo a seconda del colore che il precedente
proprietario o il precedente ladro aveva dato loro.
Il quartiere era come
il suo mercato, c’era di tutto: negozianti arricchiti, artisti del
portafoglio, madri di famiglia, padri all’osteria, acrobati delle tre carte
pronti a sparire con il loro banchetto quando qualcuno gridava «Madama!». E
in giro tanta marmaglia fatta di bambini sporchi che giocavano con palle di
stracci, di giovanotti con le mani in tasca e il fumarin che pendeva
dal labbro e di garga appena usciti dalle Nuove o in attesa di
entrarvi alla prima retata.
Le case di via Carlo
Noé torreggiavano su edifici più bassi e su ciò che rimaneva di palazzi
ridotti a macerie annerite dagli spezzoni incendiari inglesi; i loro
ballatoi si vedevano distintamente dalle strade vicine. Balconi lunghi,
dalla ringhiera di ferro, ad un’estremità le scale, all’altra il cesso, in
comune a tutte le famiglie del piano. Sulle porte delle cucine, i vecchi in
canottiera aspettavano il fresco seduti su seggiole malamente impagliate.
Adelmo legò la
bicicletta ad un palo della luce augurandosi di ritrovarla tutta, ruote e
fanalino compresi. Al numero 4 il portone era aperto, la custode doveva
ancora essere nella sua guardiola. L’androne era stretto; dai muri scrostati
veniva su un odore di umido e di vecchio, di spazzatura e di piscio di
gatto, quella miscela di odori che tutti coloro che avevano vissuto nelle
antiche case del centro conoscevano talmente bene da chiamarla con nome
unico e intraducibile, odor d’arciuff.
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